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Stamattina l’ho visto.
Non so se fosse reale o solo una fessura nella giornata.
Sembrava un dio stanco, uno che ha rinunciato a essere venerato e si concede una passeggiata tra i vivi per noia. Non aveva nulla di sacro, eppure tutto lo era.
Indossava un turbante color sabbia, un completo doppiopetto nocciola e sotto i piedi uno skateboard. Un contrasto così preciso da sembrare voluto. Come se un vecchio profeta indiano avesse sbagliato uscita ed fosse finito in mezzo a una pubblicità occidentale che non capiva.
Il traffico ruggiva, ma per lui era solo un rumore lontano, un brusio inutile. Non stava né sopra né sotto le cose. Stava oltre. In quel punto esatto dove il mondo continua a muoversi ma non riesce più a toccarti.
Comparve tra le carcasse d’acciaio delle auto come un miraggio urbano. Scivolava sull’asfalto con una grazia indecente, come se la strada gli appartenesse, come se tutto il resto fosse solo arredamento. Aveva lo sguardo di chi ha visto troppo e, per questo, ha smesso di avere paura.
Le macchine lo sfioravano senza mai colpirlo. Sembrava che l’aria stessa gli aprisse un varco. Il vento lo spingeva piano, con la lentezza ostinata di un vecchio blues che non vuole morire.
Mentre si allontanava, cominciò a lanciare oggetti per strada. Non so da dove li tirasse fuori. Piccole bambole nude, capelli arruffati, corpi leggeri. Rimbalzavano sull’asfalto e restavano lì, abbandonate, come sogni fragili scartati da una generazione troppo stanca per prendersene cura.
L’aria si fece densa. Un suono metallico, sfiatato, come un’armonica dimenticata in fondo a una tasca. Un lamento senza melodia.
L’uomo si voltò. Mi guardò.
Alzò una mano in un saluto lento, quasi regale, come se sapesse esattamente chi ero e quanto poco contassi.
Poi sparì nel frastuono della città.
E il mondo, senza di lui, tornò immediatamente più rumoroso e più vuoto.-